La storia del Presepe
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La parola "presepe" significa letteralmente "mangiatoia" e per antonomasia indica la mangiatoia, la greppia, nella quale, come è raccontato nel Vangelo di Luca, fu collocato il Bambino Gesù alla sua nascita, non avendo la santa coppia di Maria e Giuseppe trovato alloggio nella locanda ([Maria] peperit filium suum primogenitum, et pannis eum involvit, et reclinavit eum in prasepio: quia non erat eis locus in diversorio).

Nei vangeli apocrifi (quelli, cioè, che la comunità ecclesiastica non ha accettato come ispirati e non ha incluso quindi tra i canonici), si parla di una grotta nella quale era collocata la stalla e si riscontra la presenza del bue e dell'asino che con il loro alito riscaldano l'umile culla: in questo dato confluiva anche la profezia di Isaia che, accusando il popolo di Israele di essere sordo alla parola di Dio, lo contrappone alla mansuetudine ed alla docilità del bue e dell'asino (cognovit bos possessorem suum et asinus praesepe domini sui: Israel autem me non cognovit, populus meus non intellexit).
Proprio perché la divina nascita dà inizio all'opera delle redenzione, essa fu ben presto rappresentata dagli artisti cristiani, i quali,soprattutto sui sarcofagi, con evidenti significati simbolici, rappresentarono sia la natività tra il bue e l'asino, con l'adorazione dei pastori, sia la venuta dei Magi, venuti dall'Oriente pur essi ad adorare il Signore.

Due cose sono da rilevarsi nel racconto evangelico.Tra l'annunzio ai pastori da parte di un angelo (la parola "angelo" in greco significa "messaggero": i pastori lo riconoscono come nunzio di Dio dal fulgore che lo avvolge), con la decisione di questi di recarsi a Bethlehem, e l'adorazione del Divino fanciullo sarà intercorso un certo lasso di tempo, essendovi una certa distanza tra il luogo della nascita e il punto in cui i pastori avevano il loro bivacco. Magi giunsero dall'Oriente alquanto tempo dopo in Bethlehem, secondo il racconto di Matteo, il quale è attento a scrutare il compiersi delle profezie e in effetti cita Michea e, per la successiva strage degli Innocenti, Geremia.

C'è da tener presente che la parola Magi è usata generalmente al plurale: il singolare sarebbe "Mago", ma, per evitare ambiguità, si dice anche "Magio". Si trattava di sapienti, il cui potere era al limite tra quello regale e quello sacerdotale. Il Vangelo non parla del loro numero, che la tradizione ha fissato a tre, in base ai loro doni, oro, incenso, mirra, cui è stato poi assegnato un significato simbolico. E' in base a questi elementi che abbiamo sottolineato, che gli artisti cristiani hanno rappresentato nelle loro opere la nascita di Gesù: tra Maria e Giuseppe (in genere alquanto anziano, se non proprio vecchio), nella mangiatoia dietro la quale spuntano le teste del bue e dell'asinello: davanti ad essa i pastori si avanzano in atteggiamento di adorazione. Oppure la Madonna in trono porge il fanciullo alla venerazione dei Magi che si prosternano presentando i loro doni. Le soluzioni estetiche adottate sono spesso originalissime, artisticamente valide.

Abbiamo fin qui ricercato i precedenti artistici del "presepe": ma se intendiamo quest'ultimo come una rappresentazione, una raffigurazione realistica della Natività, dobbiamo arrivare a San Francesco d'Assisi, che a Greggio, secondo quando ci dice San Bonaventura, egli stesso francescano, lo avrebbe posto in essere mettendo in una vera mangiatoia un bimbo da poco nato e presentandolo ai fedeli convenuti, perché lo venerassero come simbolo del Divino Bambinello Gesù. Questo sarebbe avvenuto nel 1223, due anni prima della morte del Santo. C'è da ricordare che spesso, nella tradizione religiosa cristiana, i Santi più umili e popolari hanno avuto il privilegio di poter tenere nelle loro braccia il Bambino, loro apparso per grazia particolare: è il caso di Sant'Antonio di Padova, Dottore della Chiesa, la cui sapienza è indicata dal libro, su cui egli appoggia il Bambino Gesù.

E' dall'epoca di San Francesco, dunque, che data l'uso di rappresentare con figure la nascita di Gesù nella notte di Natale le più antiche figure da presepe risalgono al Quattrocento, a Napoli: in San Giovanni a Carbonara c'erano delle bellissime figure lignee, a grandezza quasi naturale (oggi sono conservate nel Museo di San Martino): esse raffigurano, accanto ai consueti personaggi sacri, anche profeti e sibille, che la tradizione collegava insieme (le sibille sono rappresentate anche nel pavimento del duomo di Siena, come annunziatrici dei misteri della fede): vediamo già confluire nel presepe tradizioni culturali "pagane" accanto a quelle cristiane; non è un caso che questa prima raffigurazione presepiale si abbia a Napoli dove era vivo il ricordo di Virgilio, profeta e mago. Anche a Roma troviamo pregevoli esempi di presepe: citiamo qui solo quello dell'Aracoeli, in cui vi è una preziosa statua del Bambino in legno d'ulivo e tempestata di gemme.

In area meridionale c'è il presepe del Duomo di Matera, una tappa fondamentale nella costituzione del presepe popolare è costituita, all'inizio del Cinquecento, dall'opera di San Gaetano Thiene, appartenente all'ordine dei Teatini (questi hanno la loro sede napoletana nella Chiesa di San Paolo Maggiore, che il popolo chiama volgarmente "chiesa di San Gaetano"; nel Seicento San Gaetano fu elevato al rango di compatrono di Napoli accanto a San Gennaro e il suo busto fu collocato dietro tutte le porte urbiche): egli cominciò ad ampliare la rappresentazione, mediante personaggi che appartenevano al mondo antico, ma anche all'epoca contemporanea, senza alcun timore di eventuali anacronismi: in tal maniera il Santo dava vita a quella che sarebbe rimasta come una delle principali caratteristiche del presepe, cioè la sua atemporalità, che permette di far rivivere la nascita del Cristo in ogni epoca; di ciò ha approfittato soprattutto la tradizione presepiale napoletana, la quale "aggiorna" continuamente la rappresentazione, con personaggi tratti dalla vita culturale e politica; così, si ritrovano raffigurati dai "pastorari" di San Gregorio Armeno (la popolare strada dei "pastori", di cui parleremo più avanti) l'attore Totò (Antonio de Curtis) e il drammaturgo Eduardo De Filippo che ha mostrato la napoletana passione per il presepe nel personaggio di Lucariello, nella commedia "Natale in casa Cupiello". Ma vi sono anche Antonio di Pietro e altri politici, legati allo scandalo di Tangentopoli.

Occorre a questo punto una precisazione: il presepe è ormai una tradizione che coinvolge tutti i paesi cristiani, ognuno dei quali ha un suo modo di celebrare con una raffigurazione la nascita di Cristo; ogni popolo, cioè, fa il presepe a modo proprio: esistono anche presepi ritagliati nella carta o nella stagnola, e vi sono quelli, splendidi, della Polonia, a forma di Cattedrale gotica, in cui si aprono finestre per diverse raffigurazioni, in un complesso nel quale sarebbe difficile per noi raffigurarci un presepe.

In Italia stessa dobbiamo distinguere due correnti, una settentrionale, contraddistinta dalla capanna, e una meridionale, contraddistinta dalla grotta. In area meridionale, poi, la tradizione pugliese e quella siciliana hanno caratteri propri che le tengono distinte dalla tradizione napoletana; anche i rispettivi artigianati sono ben riconoscibili: i pastori siciliani e pugliesi sono facilmente distinguibili, anche per chi non ha molta esperienza, da quelli napoletani. Abbiamo introdotto il termine fondamentale dell'artigianato presepiale: il "Pastore" è un termine tecnico per indicare la statuetta da presepe, con una estensione semantica, poiché i primi ad accorrere alla culla del Bambino Gesù furono, appunto, dei pastori. Queste statuette possono essere costruite con vari materiali, come stucco, legno, terracotta, cartapesta e così via (l'artigianato in cartapesta è tipico della città di Lecce, che con questo materiale dà vita a veri e propri capolavori).
Ora vogliamo restringere il campo a quello che è il presepe forse più famoso, il presepe napoletano. Abbiamo già accennato al fatto che il presepe è parte integrante del patrimonio culturale, folclorico, se si vuole, di tutti i paesi cristiani: a Napoli, tuttavia, questa tradizione acquista i caratteri di un'autentica passione, fino a sconfinare in una vera e propria mania; in una nostra pubblicazione (Il sogno di Benino), abbiamo detto che i Napoletani, quando non sono impegnati a fare il presepe, sognano di farlo. C'è tuttavia un errore di fondo che commettono un po' tutti gli autori di libri sul presepe, quando non operano distinzione alcuna fra un tipo di presepe che possiamo definire "colto" e un altro tipo che possiamo definire "popolare". In genere, gli autori degli studi sul presepe napoletano tengono di vista il primo tipo, che abbiamo definito del presepe "colto", senza occuparsi, se non di sfuggita, di quello che abbiamo definito "popolare" (e che, a rigor di logica, è l'unico tipo di presepe degno di tal nome: il presepe infatti nasce tra il popolo e per il popolo).

Prof. Italo Sarcone